Verona (venerdì, 19 dicembre 2025) — Verona procede come quelle città che non hanno bisogno di annunci roboanti per dimostrare di stare bene. I numeri, semmai, arrivano dopo, a confermare una sensazione diffusa: qui l’economia continua a muoversi con una certa naturalezza, senza strappi evidenti, ma con una costanza che fa la differenza.
di Valeria Russo
La crescita del PIL pro-capite corre più veloce di quella nazionale e regionale, e lo fa senza apparente affanno, sostenuta da un sistema produttivo che ha imparato a non dipendere da un solo mercato, da una sola filiera, da un solo umore globale.
Le tensioni commerciali che agitano altri territori sembrano passare sopra la provincia senza lasciare segni profondi. L’export è distribuito, frammentato nel senso migliore del termine, capace di trovare sbocchi diversi e di reggere anche quando qualche porta si chiude. Bevande, alimentare, lavorazione dei materiali: Verona continua a occupare posizioni di vertice nelle classifiche nazionali, con un peso rilevante sull’intero export veneto. E quando si parla di logistica, basta guardare all’Interporto: una distesa di binari, capannoni e collegamenti che fanno della provincia uno snodo europeo, più che semplicemente italiano.
Poi c’è il turismo, che qui non è mai stato una sorpresa ma che negli ultimi dieci anni ha cambiato passo. Verona cresce più di tutte per numero di arrivi e resta stabilmente tra le prime per incremento delle presenze. Non è solo una questione di bellezza certificata dall’Unesco, ma di geografia intelligente: il Lago di Garda, le montagne a portata di mano, una città che funziona come calamita internazionale e una rete di strutture extra-alberghiere che ha recuperato rapidamente dopo la pandemia, superando i livelli precedenti come se nulla fosse accaduto.
Il lavoro tiene, soprattutto nella fascia adulta. Tra i 25 e i 34 anni, l’occupazione supera la media del Nord-Est e distanzia nettamente quella nazionale. Meno brillante il quadro dei più giovani, dove restano margini evidenti di miglioramento, sia sul fronte dell’occupazione sia su quello della partecipazione scolastica. Non è un’anomalia solo veronese, ma qui il contrasto è più visibile proprio perché il resto del sistema corre. È una zona d’ombra che stona in un territorio che, per il resto, appare ben oliato.
Anche l’università racconta una storia simile. Crescono i laureati, soprattutto nelle discipline scientifiche e ingegneristiche, con ritmi superiori alla media nazionale. Eppure non basta. Le imprese chiedono ancora più competenze, più profili tecnici, più incroci tra sapere e fare. È il classico paradosso dei territori forti: più crescono, più scoprono ciò che manca.
Sul fronte delle imprese, Verona sta cambiando pelle senza rinnegare se stessa. Le aziende individuali restano numerose, ma avanzano le società di capitali. È un processo lento, ma costante, che segnala una maggiore strutturazione del tessuto economico. Aumentano anche i passaggi generazionali, spesso accompagnati dall’ingresso di soci esterni alle famiglie fondatrici. È il segno di un capitalismo che prova a restare tale, accettando di aprirsi per non implodere.
La produttività racconta un territorio che pesa, e pesa molto, su alcuni settori chiave del valore aggiunto regionale. Dall’abbigliamento alla lavorazione delle pietre, dal commercio alla logistica, Verona non è una comparsa, ma uno dei protagonisti principali. E mentre la digitalizzazione avanza, magari senza entusiasmi, la capacità di tenere attivi i processi di innovazione appare più solida che altrove, con un potenziale ancora in parte inesplorato.
Il quadro che emerge è quello di una provincia che funziona come un motore silenzioso. Non accelera inutilmente, non frena per paura, continua a macinare strada. Verona non è immune da problemi, e non li nasconde: i giovani, la formazione, l’innovazione da spingere di più. Ma intanto cresce, esporta, attrae, lavora. E lo fa con quella discrezione operosa che, spesso, è la sua vera forza.
Last modified: Dicembre 19, 2025

