Verona (giovedì, 18 dicembre 2025) — All’Università di Verona è arrivato uno di quei riconoscimenti che non fanno rumore, ma spostano le cose. La Commissione europea ha scelto di finanziare con 1,844 milioni di euro un progetto che ha un nome pacato e un’ambizione enorme: Peace. Dentro quel nome c’è un’idea semplice e radicale insieme, prendersi cura dei bambini quando il mondo intorno a loro si rompe.
di Valeria Russo
Il finanziamento arriva attraverso gli Erc Consolidator Grants, una di quelle sigle che nel linguaggio accademico pesano come una sentenza favorevole: pochi fondi, pochissimi vincitori, una selezione che premia solo chi ha già dimostrato di saper stare in piedi da solo e, soprattutto, di saper guardare un po’ più avanti degli altri. Per l’ateneo veronese è il riconoscimento di una traiettoria costruita nel tempo, fatta di ricerca solida e di una comunità scientifica capace di parlare una lingua che viene capita anche fuori dai confini nazionali.
Peace nasce da una constatazione che, a dirla così, sembra quasi ovvia. Nei contesti di guerra, nelle migrazioni forzate, dopo i disastri naturali o dentro la povertà estrema, i bambini pagano sempre un prezzo più alto. Il trauma, per loro, non è un’eccezione ma una possibilità concreta, spesso silenziosa, che può trasformarsi in disagio profondo e in disturbo post-traumatico. Negli anni sono stati messi in campo molti interventi psicologici, con buone intenzioni e risultati alterni. Il punto è che non sempre funzionano allo stesso modo per tutti.
È proprio lì che il progetto veronese decide di spostare l’asse. Basta con l’idea che esista una cura valida in ogni situazione, per ogni bambino, in ogni contesto. La ricerca coordinata da Marianna Purgato, docente di neuroscienze, biomedicina e movimento, parte da una domanda diversa: perché alcuni interventi aiutano davvero e altri no? E soprattutto, per chi funzionano e per chi invece rischiano di essere inutili, se non dannosi.
Il cambio di paradigma si chiama psicologia di precisione. Significa accettare che le differenze individuali contano, eccome. Contano la storia personale, il contesto sociale, le condizioni di vita, il tipo di trauma vissuto. L’obiettivo è arrivare a un sistema capace di indicare il supporto più adatto per ogni singolo bambino, senza forzature e senza scorciatoie.
Il lavoro sarà lungo, cinque anni di ricerca strutturata. Si partirà da una grande operazione di rilettura dei dati già esistenti, una meta-analisi costruita sui dati individuali raccolti in studi precedenti, per capire quali fattori fanno davvero la differenza nell’efficacia degli interventi. Da lì nasceranno modelli predittivi e un algoritmo di personalizzazione, uno strumento pensato non per sostituire il giudizio clinico, ma per affiancarlo con maggiore precisione. L’ultima fase sarà la prova sul campo, con uno studio controllato randomizzato condotto dal Centro collaboratore dell’Organizzazione mondiale della sanità dell’Università di Verona, coinvolgendo adolescenti segnati da esperienze migratorie e traumatiche.
Se questo approccio dovesse dimostrarsi efficace su larga scala, il modo di intervenire nelle emergenze potrebbe cambiare davvero. Meno risorse sprecate, meno trattamenti inefficaci, più attenzione alla persona che c’è dietro il caso clinico. In fondo, l’idea che attraversa Peace è tutta qui: offrire a ogni bambino non una risposta qualunque, ma quella giusta. E farlo nel momento in cui ne ha più bisogno.
Last modified: Dicembre 18, 2025

