Verona (venerdì, 23 gennaio 2026) — All’Università di Verona l’attenzione, per una volta, non è stata rivolta ai numeri, ai bandi o alle scadenze. È stata rivolta alle persone. Il 20 gennaio la rettrice Chiara Leardini ha incontrato una delegazione di studentesse e studenti iraniani dell’ateneo, aprendo un confronto diretto su ciò che sta accadendo nel loro Paese e su come quella realtà attraversi, ogni giorno, la loro vita accademica in Italia.
di Valeria Russo
Con lei c’erano Donato Zipeto, delegato alla comunità studentesca e alla campus life, e Stefania Pontrandolfo, referente per la cooperazione internazionale allo sviluppo. Non un incontro formale, ma un momento di ascolto strutturato, pensato per trasformare una preoccupazione condivisa in percorsi di sostegno reali.
L’Iran, oggi, è un Paese in cui essere giovani significa muoversi in uno spazio sempre più stretto. Le università, tradizionalmente luoghi di confronto e fermento culturale, sono diventate ambienti controllati, sorvegliati, attraversati dalla paura. Studentesse e studenti convivono con arresti arbitrari, sospensioni dai corsi, limitazioni alla libertà personale e all’espressione del dissenso. Per molti, il diritto allo studio è diventato fragile, revocabile, condizionato al silenzio.
Chi è riuscito a proseguire il proprio percorso all’estero porta con sé questo peso. A Verona la comunità studentesca iraniana conta circa 150 iscritti. Giovani che seguono lezioni, sostengono esami, progettano il futuro, mentre restano costantemente collegati a un presente che li ferisce. Le notizie che arrivano dall’Iran non sono mai solo aggiornamenti: sono volti, nomi, amicizie rimaste indietro. Sono messaggi che spesso smettono di arrivare.
L’ateneo ha scelto di non archiviare tutto sotto la voce solidarietà. L’incontro ha segnato l’avvio di un lavoro concreto, basato su due direzioni precise. Da una parte, la creazione di spazi di ascolto protetti, dove le studentesse e gli studenti possano esprimere timori, difficoltà, incertezze senza doverle giustificare. Dall’altra, un impegno culturale e civile che rafforzi il valore del dialogo, del rispetto dei diritti e della fiducia nelle istituzioni democratiche.
Non è una risposta risolutiva, né pretende di esserlo. Ma è una scelta di campo chiara: riconoscere che ciò che accade fuori dall’aula entra comunque dentro, e che un’università non può dirsi tale se ignora le vite reali di chi la attraversa.
In un tempo in cui ai giovani iraniani viene chiesto di rinunciare alla voce, Verona ha deciso almeno di offrire ascolto. Non come gesto simbolico, ma come responsabilità.
Last modified: Gennaio 23, 2026

