Scritto da • 4:41 pm• Verona, Attualità, Cronaca

Il Pronto soccorso come specchio del Paese che cambia

Verona (sabato, 24 gennaio 2026) — Ci sono numeri che non stanno mai fermi sulla carta. Si muovono, crescono, si affollano. Al Pronto soccorso dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona, nel 2024, sono entrate circa 125 mila persone. Non una folla indistinta, ma un campionario sempre più preciso delle fragilità contemporanee.

di Valeria Russo

Anziani che arrivano con il corpo stanco e la mente smarrita, persone attraversate da agitazioni improvvise, stati mentali alterati, solitudini che diventano emergenza. È da qui che è partito il confronto nazionale sulla Medicina d’urgenza ospitato a gennaio a Borgo Roma, quinta edizione di un appuntamento che somiglia sempre meno a un semplice aggiornamento scientifico e sempre più a una lettura collettiva della società.

Il Pronto soccorso, del resto, è la porta che nessuno può evitare. La prima soglia, il punto in cui il sistema sanitario incontra il mondo reale, con tutte le sue irregolarità. A Verona questo incontro è stato messo al centro di una giornata di lavoro che ha riunito medici, infermieri, studiosi e dirigenti da tutta Italia, sotto la guida di Ciro Paolillo, direttore del Pronto soccorso di Borgo Trento, insieme al contributo della Scuola di specializzazione in Medicina d’urgenza dell’Università di Verona e dell’Academy of Emergency Medicine and Care.

Il dato di fondo è semplice e insieme scomodo: chi arriva oggi in Pronto soccorso non è uguale a chi arrivava dieci anni fa. Crescono i pazienti con disturbi comportamentali acuti, aumentano gli anziani fragili, spesso soli, spesso incapaci di reggere l’attesa, il rumore, la luce, la confusione. La medicina d’urgenza si trova così a dover fare un passo laterale, ripensando non solo le cure, ma i percorsi, gli spazi, i tempi.

Per gli anziani fragili la parola chiave diventa riconoscimento precoce. Individuarli già al triage, assegnare loro una corsia protetta, ridurre al minimo la permanenza in Pronto soccorso, garantire ambienti più tranquilli e la presenza di un familiare o di un caregiver. Non è solo una questione clinica, ma relazionale. Un corpo fragile reagisce peggio allo stress, e lo stress, in Pronto soccorso, è ovunque. Per questo le buone pratiche discusse a Verona puntano su una presa in carico che tenga insieme bisogni fisici, cognitivi ed emotivi, senza trasformare l’attesa in un ulteriore fattore di rischio.

Accanto a questa fragilità silenziosa ce n’è un’altra, più rumorosa e spesso più difficile da gestire: il disturbo comportamentale acuto. Agitazione psicomotoria, confusione mentale, aggressività. Cause diverse, dagli esordi psichiatrici all’abuso di alcol e sostanze, fino a condizioni mediche sottostanti. I numeri raccontano un fenomeno strutturale: a livello nazionale circa un accesso su otto in Pronto soccorso è legato alla salute mentale o all’uso di sostanze. Tra gli over 70, quasi un quarto presenta delirium e una quota ancora più ampia mostra alterazioni dello stato mentale. Tra i più giovani, negli ultimi anni, gli accessi per disturbi comportamentali acuti legati alle droghe sono cresciuti in modo netto.

A Verona, nel solo 2024, quasi diecimila accessi hanno riguardato situazioni di questo tipo. Una pressione costante che obbliga a ripensare anche il tema della sicurezza, non solo dei pazienti ma di chi lavora ogni giorno in prima linea. L’Azienda ha messo in campo procedure di allerta preventiva con il 118, ambienti protetti gestiti da équipe multidisciplinari, formazione specifica per il personale. E ha introdotto un sistema indossabile antiaggressione, un porta badge con pulsante di emergenza e geolocalizzazione interna, che consente interventi rapidi in caso di pericolo. Tecnologia semplice, funzione chiara: ridurre la distanza tra il problema e la risposta.

Nel quadro tracciato durante il convegno, il Pronto soccorso emerge come il punto più alto e più esposto dell’ospedale. La cima di una piramide fatta di bisogni immediati, urgenze vere e urgenze percepite, fragilità sociali che bussano alla porta sanitaria perché altrove non hanno trovato ascolto. È su questo crinale che si gioca una parte del futuro della medicina d’urgenza, una specialità destinata a crescere e a diventare sempre più centrale anche nella formazione universitaria.

Il bilancio dell’ultimo anno, condiviso dagli operatori, restituisce un quadro senza scorciatoie. Da un lato l’aumento di pazienti in stato di agitazione, spesso legato a solitudine, marginalità, abuso di sostanze, per i quali sono state costruite procedure mirate a mettere in sicurezza tutti. Dall’altro l’incremento degli accessi di anziani fragili, riconosciuti fin dall’ingresso e accompagnati in percorsi preferenziali pensati per ridurre tempi e disagi.

Alla fine resta un’immagine nitida: il Pronto soccorso come sismografo sociale. Ogni accesso è una scossa, ogni numero una storia che chiede di essere gestita con competenza, ma anche con intelligenza organizzativa e umana. A Verona, la medicina d’urgenza ha scelto di guardare in faccia questa complessità e di chiamarla per nome. Non per semplificarla, ma per imparare ad attraversarla.

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Last modified: Gennaio 24, 2026
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