Scritto da 4:41 pm Verona, Attualità, Cronaca, Politica

Il corpo delle donne riscritto per legge

Verona (domenica, 1 febbraio 2026) — C’era stato, per una volta, un passaggio raro e prezioso. Un punto di contatto trasversale, costruito attorno a un’idea semplice e radicale insieme: il corpo delle donne non è un campo neutro, non è un’area grigia da interpretare, ma uno spazio che richiede un consenso libero, esplicito, presente. Un sì che conta più del silenzio, più dell’ambiguità, più delle letture ex post. Un sì che mette fine a secoli di equivoci comodi.

di Valeria Russo

Quell’intesa, raggiunta a novembre sul tema della violenza sessuale, aveva il sapore delle cose giuste arrivate tardi ma finalmente arrivate. L’Italia si era allineata a un principio già scritto nella Convenzione di Istanbul, restituendo centralità al consenso come fondamento della relazione e come argine alla violenza. Non una formula tecnica, ma un cambio di sguardo. Non una questione di pene più alte, ma di dignità più chiara.

Poi qualcosa si è rotto. Non con uno scontro frontale, ma con una riscrittura silenziosa, quasi burocratica. Il consenso è stato sostituito dal suo contrario. Non più un sì da cercare, ma un no da dimostrare. Non più la responsabilità di fermarsi, ma l’onere di opporsi. La violenza, in questa nuova impostazione, rischia di tornare a essere qualcosa che va provato non solo nei fatti, ma anche nelle modalità con cui la vittima riesce o non riesce a dire di no.

È qui che si consuma l’arretramento, secondo il Coordinamento Donne dello Spi Cgil Veneto. Non tanto nell’inasprimento delle pene, che pure arriva, ma nello spostamento sottile e decisivo del baricentro. Ancora una volta la prova scivola addosso alla donna. Ancora una volta si chiede di spiegare come, quando, quanto forte sia stato quel dissenso. Come se la sopraffazione lasciasse sempre spazio alla parola, come se la paura fosse ordinata, come se il trauma seguisse un copione riconoscibile.

La delusione pesa di più perché arriva dopo una conquista condivisa e perché porta una firma femminile. Non per una questione simbolica, ma per il paradosso che contiene: un passo indietro culturale e giuridico compiuto proprio mentre si stava provando ad andare avanti. Per chi ha attraversato decenni di battaglie sulla parità e contro la violenza di genere, questo passaggio suona come una stonatura profonda, una nota fuori spartito.

Resta la speranza che si tratti di un inciampo, di un eccesso di tecnicismo, di una formulazione che può ancora essere corretta. Perché ogni arretramento sul consenso non è un dettaglio lessicale, ma una ferita politica. E ogni ferita, quando riguarda l’autodeterminazione, riguarda tutte.

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Last modified: Febbraio 1, 2026
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