Scritto da 9:55 pm Verona, Attualità, Cronaca, Politica

Due Verone davanti alla giustizia

Verona (domenica, 25 gennaio 2026) — Ci sono giorni in cui una città sembra dividersi senza rumore, come una strada che a un certo punto biforca e costringe a scegliere da che parte andare. A Verona succede ora, attorno alla parola giustizia, che di solito evoca tribunali e sentenze e che invece, in vista del referendum costituzionale di marzo, è diventata materia di assemblee, comitati, volantini, discussioni civili che tornano ad abitare le sale e i tavolini dei bar.

di Valeria Russo

Nel giro di poche ore sono nati due comitati cittadini, uno contro e uno a favore della riforma della magistratura approvata dal governo Meloni. Due presìdi opposti, quasi speculari, che raccontano bene il clima di una consultazione che va ben oltre il tecnicismo delle norme e tocca nervi scoperti della democrazia.

Il primo a presentarsi è stato il fronte del no. Lo ha fatto negli spazi istituzionali di Palazzo Barbieri, come a voler sottolineare che il terreno dello scontro è quello della Costituzione, non di una battaglia di parte. Attorno allo stesso tavolo si sono ritrovati sindacati, associazioni, giuristi, cittadini con storie e percorsi diversi, uniti dalla convinzione che la riforma non rafforzi la giustizia ma ne modifichi pericolosamente gli equilibri. La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è diventata il simbolo di una preoccupazione più ampia: il timore che l’autonomia della magistratura venga progressivamente compressa, fino a scivolare sotto l’ombra dell’esecutivo.

Nel racconto di questo comitato, la riforma non è un episodio isolato ma l’ultimo tassello di una sequenza di interventi che, messi in fila, disegnano un’idea di potere meno controllato e più impermeabile. Il referendum, in questa lettura, smette di essere una semplice conferma o bocciatura tecnica e diventa una chiamata alla difesa della legalità costituzionale, una linea tracciata tra ciò che si ritiene ancora bilanciamento dei poteri e ciò che rischia di non esserlo più.

Pochi giorni dopo, dall’altra parte della città, prende forma il fronte opposto. Il Comitato Giustizia Sì nasce in un luogo meno solenne, un bistrot affacciato su piazza Bra, quasi a suggerire che la discussione possa e debba scendere dal palazzo per mescolarsi alla vita quotidiana. A promuoverlo è l’area liberaldemocratica, ma l’accento è posto sulla distanza dalle tifoserie tradizionali e dalle contrapposizioni di categoria. Qui la riforma viene raccontata come un’occasione per rendere il sistema più equilibrato, più leggibile, più vicino ai cittadini che troppo spesso vivono la giustizia come un meccanismo opaco e distante.

L’idea che attraversa questo secondo comitato è che le riforme vadano giudicate per ciò che contengono, non per chi le propone. Il sì viene presentato come una scelta di merito, non di appartenenza, un modo per sostenere un cambiamento ritenuto necessario senza trasformarlo in un regolamento di conti politico o corporativo. Al centro, almeno nelle intenzioni dichiarate, non ci sono i ruoli ma le persone, non le bandiere ma il funzionamento concreto di un sistema che incide sulla vita di tutti.

Così Verona si ritrova con due tavoli, due narrazioni, due idee di giustizia che si guardano da lati opposti della stessa piazza. Da una parte la difesa dell’assetto costituzionale così come lo abbiamo conosciuto, dall’altra la spinta a modificarlo per correggerne le storture. In mezzo, come sempre, ci sono i cittadini, chiamati a orientarsi tra parole complesse e paure antiche, tra promesse di efficienza e timori di squilibrio.

Il referendum arriverà, il voto deciderà. Intanto la città discute. E in tempi in cui spesso si vota senza parlare, non è poco.

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Last modified: Gennaio 25, 2026
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