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Contro la valigia pronta: l’università come luogo da abitare

Verona (venerdì, 30 gennaio 2026) — L’università, quando funziona, non è un edificio. È una calamita. Il problema è che da anni molte calamite italiane tirano forte fino alla laurea e poi, appena finisce l’ultima sessione, lasciano andare. I migliori scivolano via, spesso senza rumore, con la naturalezza con cui si accetta che altrove sia “normale” vivere meglio, lavorare prima, crescere più in fretta.

di Valeria Russo

A Verona hanno deciso di chiamare questa faccenda col suo nome: trattenere. Non trattenere per possesso, per gelosia municipale, per campanile travestito da strategia. Trattenere perché il capitale umano, che è un’espressione brutta ma precisa, non lo puoi coltivare per poi regalarlo al primo che passa. E allora la rettrice Chiara Leardini porta in Consiglio comunale il piano strategico 2026-2028, come si porta una mappa sul tavolo quando il viaggio non è più una passeggiata ma una scelta di direzione.

La fotografia di partenza è quella di un ateneo grande: oltre ventottomila studenti, un’offerta ampia di corsi, una struttura articolata in dipartimenti, con una quota importante riconosciuta come eccellente a livello ministeriale. Però le università non sono solo organigrammi. Sono soprattutto ciò che succede dopo. E lì, nella zona in cui l’ansia si trasforma in curriculum e il futuro smette di essere teorico, Verona rivendica un dato che pesa: a un anno dalla laurea magistrale una larga maggioranza dei suoi ex studenti lavora già, con un vantaggio netto rispetto alla media italiana.

È un numero che fa bella figura, certo. Ma è anche una frase implicita: qui, se studi, puoi agganciarti prima alla realtà. Il punto è capire dove. Perché trovare un impiego non basta se poi la città rimane un luogo di passaggio, un corridoio tra l’università e altrove. Il piano nasce proprio da questa frizione: Verona non vuole essere solo una tappa formativa, vuole diventare un posto in cui abbia senso rimanere. Non per inerzia. Per convenienza buona: possibilità, qualità, prospettiva.

Il cuore del documento si concentra su un’idea semplice e insieme ambiziosa: un ateneo non deve limitarsi a essere un “luogo di studio”, deve diventare un nodo di vita. Un punto in cui si incrociano opportunità professionali, ricerca, innovazione, relazioni, servizi. Non il campus chiuso in se stesso, ma un organismo che respira con la città e che, soprattutto, smette di considerare inevitabile la fuga dei cervelli.

La parola d’ordine scelta è in inglese, come spesso accade quando si vuole dare forma contemporanea a una cosa antica: attirare e trattenere. Attirare talenti dall’estero e da altre regioni, sì. Ma anche convincere chi è già qui che non sta perdendo un treno restando a casa propria. È una differenza sottile: non si tratta di strappare persone ad altri luoghi, si tratta di non perdere le proprie per mancanza di spazio, di prospettiva, di aria.

Il piano si muove su più piani, come se l’università provasse a ristrutturarsi senza buttare giù i muri portanti. C’è la didattica, che guarda al digitale non come a un trucco ma come a un metodo, con attenzione al tutoraggio e ai percorsi più accompagnati. C’è la ricerca, pensata in modo meno provinciale, più aperto, più capace di parlare la lingua comune della comunità scientifica internazionale, con un’attenzione esplicita all’Open Science e alla capacità di attrarre ricercatori da fuori.

C’è poi il rapporto con il territorio, che non viene raccontato come una gentile collaborazione, ma come un patto d’interesse reciproco: trasferire conoscenza alle imprese, far nascere spin-off, tenere insieme innovazione e sostenibilità sociale. Insomma, far sì che i laboratori non siano stanze chiuse e che le aziende non siano solo sponsor occasionali. La città, in questa visione, non fa da sfondo. Partecipa.

Un altro asse è l’internazionalizzazione: alleanze europee, reti, programmi, corsi in inglese. Non come bandierine da mettere sul sito, ma come struttura permanente, capace di rendere Verona più porosa e meno autoreferenziale. E infine c’è un capitolo trasversale che prova a mettere insieme benessere, semplificazione e intelligenza artificiale, con l’idea che le comunità accademiche non siano solo produttori di output, ma persone che studiano e lavorano dentro procedure spesso farraginose e dentro pressioni che consumano.

Il messaggio finale, sotto la carta e le sigle, è abbastanza chiaro: un’università può anche produrre eccellenza, ma se poi non produce radicamento rischia di essere una fabbrica efficiente di partenze. Verona prova a invertire la corrente, usando la politica nel senso più concreto: fare in modo che un giovane non debba scegliere tra formazione e vita, tra competenza e futuro, tra restare e riuscire.

E adesso, come sempre, arriva la parte che non sta nei piani strategici: il tempo, la coerenza, la capacità di trasformare gli obiettivi in cose riconoscibili. Perché trattenere talenti non è trattenere persone. È costruire motivi per cui restare non suoni come una resa, ma come un progetto.

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Last modified: Gennaio 30, 2026
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