Scritto da 10:27 pm Verona, Attualità, Cronaca

Quel banco in fondo che gli adulti non vedono

Verona (lunedì, 5 gennaio 2026) — Il bullismo, e la sua versione con connessione permanente chiamata cyberbullismo, continuano a bussare alle porte della scuola italiana con una costanza che non fa rumore ma lascia segni.

di Valeria Russo

Non urla, non sfonda finestre: entra piano, si siede all’ultimo banco e spesso resta lì senza che nessuno se ne accorga davvero. È questo, più o meno, il paesaggio che emerge dal monitoraggio 2024/2025 realizzato attraverso la Piattaforma ELISA, uno strumento nato per aiutare le scuole a leggere, prevenire e affrontare le prepotenze tra pari. Il dato più evidente non è solo la presenza del fenomeno, ma la distanza che separa ciò che vivono gli studenti da ciò che gli adulti riescono a vedere.

In Veneto, nel corso dell’ultimo anno scolastico, a raccontare la propria esperienza sono stati oltre ventiduemila studenti delle scuole superiori, provenienti da una settantina abbondante di istituti. Un campione ampio, variegato, fatto di liceali, tecnici e professionali, di prime e quinte, di storie molto diverse tra loro. Accanto a loro hanno risposto più di tremila docenti, in prevalenza donne, impegnati in tutti i gradi dell’istruzione. Due sguardi sulla stessa scuola, che però non sempre coincidono.

Se si ascolta la voce degli studenti, le prepotenze non appaiono come episodi rari o eccezionali. Tre ragazzi su dieci raccontano di essere stati presi di mira almeno una volta negli ultimi mesi, e quasi uno su cinque ammette di aver avuto, almeno in qualche occasione, un comportamento aggressivo verso un compagno. La rete amplifica meno di quanto si creda, ma abbastanza da non poter essere ignorata: una minoranza significativa parla di offese e umiliazioni online, subite o agite. A pesare, più di tutto, è la matrice discriminatoria di molti episodi. C’è chi viene colpito per le proprie origini, chi per l’orientamento sessuale, chi per una disabilità. Non sempre in modo plateale, spesso con allusioni, battute, esclusioni che sembrano piccole ma si accumulano.

Quando però si passa al punto di vista degli insegnanti, il quadro si fa più contenuto, quasi rassicurante. Secondo loro, gli studenti coinvolti in episodi di bullismo sono pochi, una percentuale che raramente supera il cinque per cento e che cresce solo leggermente salendo di grado. È una differenza che non nasce da malafede, ma da una diversa capacità di intercettare ciò che accade. Molti episodi, soprattutto quelli sporadici o meno visibili, restano sotto traccia. Non diventano mai “caso”, non arrivano in presidenza, non finiscono in un verbale. Esistono, ma non lasciano prove.

La stessa distanza emerge quando si parla di interventi. Gli studenti raccontano di insegnanti che a volte intervengono, a volte no, che cercano di mediare, di parlare, di aiutare, ma non sempre riescono o arrivano in tempo. I docenti, dal canto loro, sono convinti di intervenire quasi sempre, soprattutto con i più piccoli. Anche sul tema del non intervento le risposte divergono: per chi sta tra i banchi capita che certe cose passino sotto silenzio, per chi sta in cattedra questo accade di rado. In mezzo, ancora una volta, c’è quel territorio grigio fatto di episodi sommersi.

Eppure, nonostante tutto, la scuola continua a essere percepita dalla maggioranza degli studenti come un luogo sostanzialmente sicuro. Circa tre quarti ritengono che adulti e ragazzi siano attenti al problema e che l’ambiente scolastico offra una certa protezione. Le certezze però si incrinano quando si parla di regole e conseguenze. Non tutti sanno con chiarezza cosa succede a chi supera il limite, e molti avvertono l’assenza di canali discreti per chiedere aiuto. L’idea di poter segnalare un episodio in forma anonima convince molti, ma nella realtà pochi istituti offrono questa possibilità.

Sul piano organizzativo, le scuole hanno fatto passi avanti. La figura del docente referente per il bullismo è ormai quasi ovunque prevista, i protocolli di intervento sono in buona parte adottati. Il problema è che spesso restano sulla carta o nei cassetti delle segreterie. Solo una minoranza degli studenti sa davvero a chi rivolgersi, chi è la persona di riferimento, quale percorso viene attivato in caso di bisogno. Gli strumenti ci sono, ma non sempre parlano la lingua di chi dovrebbe usarli.

Il Veneto, in questo, non è un’eccezione. A livello nazionale il quadro è simile: centinaia di migliaia di studenti coinvolti nel monitoraggio raccontano una scuola in cui il bullismo diretto resta la forma più diffusa e in cui crescono, lentamente ma costantemente, le prepotenze legate al pregiudizio. Online l’odio sembra leggermente meno pervasivo rispetto agli anni passati, ma continua a toccare una parte rilevante degli adolescenti. Anche qui, puntuale, ritorna lo scarto tra ciò che vedono gli studenti e ciò che stimano gli insegnanti, tra la scuola vissuta e la scuola raccontata dagli adulti.

Forse il nodo sta tutto lì, in quella distanza. Non tanto nel negare l’impegno delle scuole, quanto nel riconoscere che il bullismo non sempre fa rumore. Spesso si muove in silenzio, nei corridoi, nei gruppi WhatsApp, negli sguardi abbassati. E per accorgersene davvero non bastano le percentuali: serve avvicinarsi un po’ di più a quel banco in fondo, e ascoltare.

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Last modified: Gennaio 5, 2026
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