Verona (giovedì, 8 gennaio 2026) — A San Zeno, tra una bancarella e l’altra, mentre l’antiquariato esponeva oggetti che hanno attraversato il tempo, qualcuno ha deciso di parlare di un presente molto meno decorativo. Il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani ha scelto il mercato, luogo popolare e attraversato, per portare al centro della piazza una questione che di solito resta chiusa nelle stanze: la salute mentale e il confine, spesso fragile, tra cura e violazione dei diritti.
di Valeria Russo
Il loro punto informativo non era appariscente, ma ha funzionato come un magnete. Più di seicento persone si sono fermate, hanno ascoltato, fatto domande. Segno che il tema, quando viene sottratto al linguaggio tecnico e restituito alla vita quotidiana, tocca corde profonde. Si è parlato di trattamenti psichiatrici, di procedure che rischiano di diventare automatiche, di una burocrazia che talvolta schiaccia le persone invece di proteggerle.
A rendere il racconto più difficile da ignorare è stata la voce di chi quel sistema lo ha visto dall’interno. Un’infermiera, che ha lasciato il reparto di psichiatria dopo poco tempo, ha spiegato perché. Non per stanchezza, ma per coscienza. Ha descritto pratiche abituali che prevedono l’isolamento dei pazienti dai familiari, il taglio netto dei contatti con l’esterno, anche in situazioni in cui la legge tutela esplicitamente il diritto alla comunicazione. Anche quando il trattamento è obbligatorio, la persona non perde la propria dignità né la possibilità di restare in relazione con il mondo.
Secondo i volontari, è proprio lì che si annida il rischio più grande: quando la psichiatria smette di essere uno spazio di cura e diventa un dispositivo di controllo. Quando il disagio viene gestito come un problema da neutralizzare e non come una condizione da comprendere. Un ritorno strisciante a modelli che si pensavano superati, dove la coercizione prende il posto dell’ascolto e il silenzio viene scambiato per ordine.
Il confronto aperto a San Zeno non arriva in un vuoto normativo. Negli ultimi mesi il quadro giuridico italiano si è mosso, e non poco. Una recente decisione della Corte di Cassazione ha rimesso al centro un principio elementare: la libertà personale non può essere compressa per comodità o per eccesso di zelo. I giudici hanno annullato un trattamento sanitario obbligatorio imposto a uno studente che aveva protestato in modo plateale, ricordando che l’intervento medico non può mai diventare una risposta automatica al dissenso. La dignità della persona resta il punto fermo, anche – e soprattutto – nei momenti di crisi.
Questa posizione dialoga con un orientamento internazionale sempre più chiaro. Le indicazioni delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione mondiale della sanità vanno nella stessa direzione: superare i modelli coercitivi e costruire servizi basati sul consenso informato, sulla partecipazione attiva, sulla fiducia. Parole che sembrano astratte finché non si traducono in pratiche quotidiane.
C’è poi un altro aspetto, meno ideologico e più concreto, che il Comitato ha voluto portare alla luce: l’efficacia reale delle misure restrittive. Studi scientifici condotti in Svezia mostrano un dato scomodo: la coercizione non riduce il rischio di gesti estremi, ma tende ad aumentarlo nel periodo immediatamente successivo alla dimissione. Il trauma della contenzione, la violenza implicita del trattamento imposto, rompono il rapporto di fiducia tra la persona e le istituzioni sanitarie. E senza fiducia, la cura diventa una parola vuota.
In mezzo a vecchi mobili e oggetti d’altri tempi, a San Zeno si è parlato di futuro. Di che tipo di società vogliamo essere quando incontriamo la fragilità. Se una comunità che ascolta o una che chiude a chiave.
Last modified: Gennaio 8, 2026

