Scritto da 4:35 pm Verona, Attualità, Cronaca, Politica

Mercosur in pausa, l’Europa frena e ascolta la campagna

Verona (giovedì, 22 gennaio 2026) — A Strasburgo, per una volta, la politica ha rallentato il passo. Non per stanchezza, ma per prudenza. L’accordo di libero scambio tra Unione europea e Mercosur, quel grande ponte commerciale immaginato sopra oceani e interessi incrociati, viene messo in stand by e affidato al vaglio della Corte di Giustizia europea. Una sospensione tecnica, certo, ma dal sapore profondamente politico. Come quando, prima di firmare, si rilegge tutto dall’inizio.

di Valeria Russo

Il Parlamento europeo ha scelto questa strada con una maggioranza sottile, quasi un filo teso. Pochi voti di scarto, qualche astensione, e una richiesta formale alla Corte per capire se quell’intesa sia davvero compatibile con i trattati dell’Unione. Tradotto in linguaggio terrestre: fermiamoci un attimo, controlliamo se le regole reggono, poi eventualmente ripartiamo. Nel frattempo, la ratifica resta congelata, in attesa di una risposta che potrebbe richiedere mesi.

Fuori dalle aule, però, il tempo scorre diversamente. Lì, nelle piazze e lungo le strade di Strasburgo, ad aspettare c’erano i trattori, le bandiere, le mani segnate dal lavoro. Migliaia di agricoltori arrivati da mezza Europa, con una presenza robusta anche dal territorio veronese, hanno accolto il voto come una vittoria sudata. Non una conquista definitiva, ma una tregua. Un segnale, almeno, che qualcuno ha ascoltato.

La loro preoccupazione è semplice e antica come la terra: la sensazione che, negli accordi globali, il settore agricolo finisca sempre per pagare il conto. Che la concorrenza venga chiamata libera solo quando non è equa. Che prodotti coltivati con regole, costi e controlli diversi finiscano per stare sugli stessi scaffali, come se partissero dallo stesso punto di partenza. Da qui la richiesta insistente di reciprocità, parola ruvida ma necessaria, che significa parità di condizioni, non protezionismo nostalgico.

Sul piano politico, la giornata di Strasburgo ha messo in scena un’Europa meno allineata del solito. Delegazioni di Paesi molto diversi tra loro hanno spinto per il rinvio, mentre altri governi e gruppi parlamentari restavano convinti sostenitori dell’accordo. Anche l’Italia ha mostrato tutte le sue crepe interne: una maggioranza di governo compatta a Roma, ma divisa a Bruxelles. C’è chi vede nel Mercosur un’opportunità strategica, e chi invece un rischio sistemico per l’agricoltura e per l’idea stessa di mercato regolato.

La Commissione europea, dal canto suo, invita a non drammatizzare e a considerare il passaggio alla Corte come un incidente di percorso, quasi un rallentatore su una strada già tracciata. Ma il segnale politico resta. Perché chiedere un parere legale non è solo un atto tecnico. È anche un modo per ricordare che il Parlamento europeo non è un passacarte, e che le grandi scelte commerciali devono reggere non solo ai mercati, ma anche al controllo democratico.

Così, mentre i faldoni dell’accordo prendono la via dei giudici, l’Europa si scopre attraversata da una domanda più profonda: che tipo di globalizzazione vuole praticare. Una globalizzazione che somma numeri e volumi, o una che tiene conto delle differenze, dei territori, delle fragilità. La risposta non arriverà subito. Ma intanto, almeno per un po’, la campagna ha fatto sentire la sua voce dentro i palazzi di vetro. E non è poco.

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Last modified: Gennaio 22, 2026
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