Verona (domenica, 14 dicembre 2025) — Studia l’altra faccia degli oggetti che abitano le nostre giornate con una discrezione solo apparente: lo smartphone che vibra sul tavolo, il computer acceso per ore, il tablet infilato in borsa come un’agenda moderna.
di Valeria Russo
Irene Pasquetto guarda lì dove lo sguardo comune si ferma, e prova a capire come quei dispositivi non si limitino a trasmettere informazioni, ma spesso le deformino, le accorcino, le trasformino in qualcosa che assomiglia più a una verità incompleta che a una menzogna dichiarata. Dodici anni fa ha lasciato Villafranca per andare proprio nel luogo in cui questi strumenti sono nati e cresciuti: gli Stati Uniti. Non per inseguire il mito, ma per smontarlo pezzo per pezzo.
Oggi vive a Washington e insegna all’Università del Maryland. Il suo mestiere ha un nome lungo e preciso: scienza sociale applicata allo studio delle tecnologie digitali. In pratica, osserva come la modernità entra nella vita quotidiana e come le regole, le leggi, le policy provino — spesso con scarso successo — a contenere lo strapotere delle piattaforme che governano le relazioni, l’informazione, perfino l’immaginario collettivo. I numeri parlano da soli: miliardi di utenti che si muovono ogni mese tra Facebook, YouTube, WhatsApp, Instagram, TikTok, in un universo che, se fosse fatto di persone uniche, supererebbe di gran lunga la popolazione del pianeta.
La carriera accademica di Pasquetto è una geografia in movimento. Prima New York, poi Los Angeles, Boston, Ann Arbor. Harvard, dove ha lavorato come ricercatrice. Oggi l’approdo a Washington, a pochi chilometri dal centro del potere politico. Nei campus americani il tempo per arrivare alla stabilità è lungo e severo; lei è sulla strada giusta, dopo aver già insegnato all’Università del Michigan e aver costruito un profilo che unisce sociologia, etica, informatica.
È stata tra le fondatrici di una rivista scientifica nata ad Harvard per studiare la disinformazione, un osservatorio rigoroso su come le notizie false nascono, circolano e attecchiscono. Non una caccia alle bufale, ma un’analisi dell’architettura che le rende possibili. Oggi siede nel board editoriale di quella pubblicazione, che dialoga con accademici, informatici, studiosi delle politiche pubbliche.
Il percorso, visto da qui, sembra lineare. Non lo è stato affatto. Prima dell’università americana, Irene ha fatto molti lavori, quelli che servono per mantenersi e per imparare come funziona il mondo reale: barista, cameriera, hostess nei musei e nelle fiere di Verona, dal Vinitaly alla Marmomac. Veniva da una famiglia normale, senza paracadute né drammi, con un padre impiegato comunale e una madre segretaria d’azienda con un passato teatrale. L’indipendenza economica, per lei, non era un vezzo ma una necessità.
Aveva studiato comunicazione e giornalismo all’Università di Verona e aveva cominciato a scrivere sui giornali locali. Poi l’America, inizialmente per migliorare l’inglese. New York le ha insegnato il resto: giornalismo, statistica, scrittura creativa. Los Angeles le ha dato il dottorato in scienza dell’informazione, una disciplina ibrida che tiene insieme codici e parole, dati e racconti.
La svolta investigativa arriva studiando i dati pubblici sugli omicidi compiuti dalla polizia americana. Promesse di trasparenza, leggi approvate, ma archivi disordinati, pieni di errori, duplicazioni, silenzi. È lì che nasce la consapevolezza: il problema non è solo ciò che viene detto, ma come viene costruito l’ordine apparente dell’informazione digitale.


