Verona (giovedì, 5 febbraio 2026) — A Verona, tra il 3 e il 4 febbraio, il digitale non è stato evocato come promessa né celebrato come feticcio. È stato messo a terra. La settima edizione del Pid Study Tour ha portato in città una comunità silenziosa ma operosa: una settantina di referenti dei Punti Impresa Digitale, arrivati da sessantadue Camere di Commercio, con l’aria di chi sa che l’innovazione non è uno slogan ma un lavoro paziente.
di Valeria Russo
Il cuore delle attività ha battuto al Polo Santa Marta dell’Università di Verona, uno spazio che ha fatto da laboratorio più che da vetrina. Qui il tema non era rincorrere la novità, ma governarla. Digitalizzazione e sostenibilità sono state trattate come strumenti concreti per rendere le piccole e medie imprese più solide, non più rumorose. Il percorso, coordinato dal dipartimento di management dell’ateneo, ha messo insieme istituzioni e università in una collaborazione che ha coinvolto anche Padova e Ca’ Foscari, con il sostegno delle Camere di Commercio venete, di Unioncamere e della Regione Veneto.
I numeri, quando servono, aiutano a capire la dimensione reale delle cose. Centottantaquattro imprese coinvolte, distribuite in tutte le province del Veneto. Venti simulazioni di trasformazione costruite nei workshop. Venticinque progetti pilota avviati per testare la fattibilità delle idee. Docenti, ricercatori, studenti tesisti affiancati agli imprenditori, senza gerarchie scenografiche, ma con un metodo condiviso. Un lavoro collettivo che ha fatto emergere un dato semplice: davanti all’incertezza, le imprese chiedono orientamento, non ricette miracolose.
Il filo che ha tenuto insieme il confronto è stato quello della Transizione 5.0, intesa non come etichetta futurista ma come tentativo serio di rimettere la persona al centro dei processi tecnologici. Tecnologia, competenze e benessere organizzativo sono stati trattati come parti dello stesso sistema. Le imprese hanno mostrato una fame evidente di conoscenze digitali, dall’intelligenza artificiale alle nuove tecnologie applicate, ma anche di competenze trasversali: saper lavorare insieme, progettare, immaginare soluzioni prima ancora di comprarle.
Accanto all’entusiasmo, sono emerse anche le ombre. Costi elevati, qualità dei dati non sempre all’altezza, difficoltà strutturali che rendono evidente quanto sia necessario un accompagnamento continuo. L’innovazione, senza un ecosistema che la sostenga, rischia di restare un esercizio solitario.
Il pomeriggio al Polo Santa Marta ha avuto anche il ritmo dell’esplorazione. Dalla visita guidata agli spazi di ricerca, fino alla presentazione di soluzioni tecnologiche già operative, il messaggio è stato chiaro: il digitale diventa credibile quando si vede all’opera, quando entra nei processi e smette di essere un racconto astratto. I progetti presentati hanno mostrato applicazioni concrete, nate dall’incontro tra ricerca e impresa, senza l’ansia di dover dimostrare tutto e subito.
La chiusura ha guardato avanti, alle sfide che attendono i Pid nel prossimo triennio. La cosiddetta twin transition, digitale e sostenibile insieme, non è stata descritta come un traguardo da raggiungere in fretta, ma come un percorso da attraversare con consapevolezza. Ridurre i divari digitali non significa uniformare, ma dare a ciascuna impresa gli strumenti per scegliere come cambiare.
A Verona, per due giorni, il futuro non è stato annunciato. È stato discusso, corretto, provato.
Last modified: Febbraio 5, 2026

