Verona (mercoledì, 11 febbraio 2026) — C’è un Veneto che lavora, produce, esporta, corre. E poi ce n’è un altro, più silenzioso, che aspetta. Aspetta una visita, un esame, una chiamata che non arriva. Nel 2025 quasi un milione di persone ha deciso, o è stato costretto, a rinunciare alle cure. Non per disattenzione, non per leggerezza, ma per una combinazione ormai abituale di portafogli leggeri e tempi d’attesa infiniti.
di Valeria Russo
Il dato non racconta solo una difficoltà sanitaria, racconta un cambio di postura collettivo. Quando le liste si allungano fino a scomparire e la prenotazione diventa un esercizio teorico, il servizio pubblico smette di essere un diritto e comincia a sembrare un’ipotesi. Più di tre pazienti su quattro dicono di essersi scontrati almeno una volta con l’assenza totale di disponibilità. Non domani, non tra sei mesi: proprio impossibile.
Così il privato diventa una scorciatoia obbligata. Nel 2025 quasi l’ottanta per cento dei cittadini veneti ha pagato di tasca propria almeno una prestazione sanitaria. Una scelta che raramente è libera e spesso è dolorosa, anche economicamente. La spesa media sfiora i quattrocento euro a visita, una cifra che pesa soprattutto quando arriva insieme ad altre, quando la salute smette di essere un evento isolato e diventa una voce fissa del bilancio familiare.
A quel punto succede qualcosa di ancora più rivelatore. Per non rinunciare del tutto, quasi duecentomila persone hanno chiesto un prestito. Non per un’auto, non per una vacanza, ma per curarsi. Soldi domandati a una finanziaria, a un parente, a un amico. La malattia che entra nel lessico del credito, la terapia che si spalma in rate mensili.
Secondo le rilevazioni commissionate da Facile.it, i prestiti destinati alle spese mediche rappresentano ormai una quota stabile del credito al consumo regionale. L’importo medio supera i seimila euro, restituiti in poco più di quattro anni, con rate che cercano di non soffocare del tutto il resto della vita. A chiedere questi prestiti sono persone che hanno mediamente quasi cinquant’anni, più anziane rispetto a chi si indebita per altri motivi. È l’età in cui il corpo comincia a presentare il conto e la pazienza non basta più.
Colpisce anche un altro dato. In questo segmento la presenza femminile è più alta rispetto alla media dei prestiti personali. Come se sulle donne ricadesse più spesso la responsabilità pratica della cura, propria o altrui, e quindi anche il peso di trovare una soluzione quando il sistema si inceppa.
Il risultato è una sanità che, senza proclami, cambia forma. Pubblica nell’impianto, privata nell’accesso, finanziata a rate quando serve. Una sanità che non esclude con un no, ma con un attendere troppo lungo. E intanto, mentre i numeri scorrono nei report, resta una domanda semplice e scomoda: cosa succede a una società quando per guarire bisogna prima chiedere un prestito.
Last modified: Febbraio 11, 2026

